Viaggio tra gli Etruschi:

il museo di Villa Giulia

Ilaria Scafetta, Noemi Giannandrea, Valerio Bigari, Great Nwanedo, 1 SI.

 La civiltà etrusca trovò un fertile terreno per formarsi e svilupparsi tra la Toscana e il Lazio, espandendosi poi da qui fino alla Campania e alla pianura padana.

Diverse sono le teorie riguardanti l'origine di questo misterioso popolo, inizialmente identificato come quello dei Pelasgi, poi come quello dei Lidi, come genti venute dall'Europa centrale o ancora come popolazione nativa dell'Italia antica.

 

Comunque la civiltà etrusca, nata come civiltà agricola, in seguito sviluppò una fiorente attività commerciale marittima e terrestre tanto da arrivare ad essere ricordati come temibili pirati.
Si sviluppò anche nel campo della metallurgia, dell'idraulica e inoltre erano raffinati nell'arte e appassionati alla musica, alla danza e alla poesia, che li accompagnavano nelle cerimonie sacre e profane, come nei simposi.


Erano organizzati in città-stato ed erano considerati un civiltà "moderna", in quanto la donna poteva partecipare alla vita pubblica in un rapporto di parità con l'uomo. 
Gli Etruschi hanno influenzato, con la loro cultura, il sistema politico e sociale delle altre popolazioni del Lazio e di Roma stessa.

 

 

 

"Furono gli etruschi coloro che, molto prima di Roma, nel momento del trapasso tra preistoria e storia, edificarono nel cuore d'Italia un'alta civiltà, ponendo le fondamenta della futura ascesa dell'Europa. Furono gli etruschi che, partecipi dell'eredità dell'antico Oriente con la sua avanzata civiltà, la trasferirono sul suolo dell'Occidente europeo."    

-Werner Keller

 

Chi erano gli Etruschi?

Villa Giulia si trova in una zona di Roma conosciuta come Vigna Vecchia, appena fuori dalle Mura Aureliane. 
La villa fu realizzata e decorata da un nutrito gruppo di artisti per papa Giulio III, umanista e amante delle arti, e comprendeva, oltre la parte attualmente visibile, anche tre vigne. Era una villa suburbana e, come le altre, aveva un'entrata urbana (sulla via Flaminia) e un giardino dietro.

 

Dopo la morte di papa Giulio III, il suo successore, papa Paolo IV Carafa, confiscò le proprietà riunite dal precedente pontefice e divise la villa:  la costruzione principale e parte dei giardini divennero proprietà della Camera Apostolica, e la villa fu riservata per l'uso dei Borromeo.


L'edificio fu poi restaurato nel 1769 su iniziativa di papa Clemente XIV e destinato ad uso dell'esercito. 

       

         Il museo di Villa Giulia

Nel 1870 l'edificio divenne sede di raccolta e di esposizione di materiali rinvenuti nei siti archeologici tra i monti Cimini e il Tevere. La villa divenne un museo e, per ospitare le collezioni e i servizi, furono aggiunte, negli anni Trenta, due ali esterne.

Così, sin dal XX secolo, ha alloggiato il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, fondato nel 1889 e finalizzato a raccogliere le antichità pre-romane del Lazio dell'Etruria meridionale e dell'Umbria appartenenti alla civiltà etrusca, falisca e capenate.

 

La collezione comprende ritrovamenti riguardanti alcuni dei "riti" (come il simposio), delle credenze (parlando dei miti o della morte) e degli usi (come la moda femminile), degli Etruschi, offrendo percorsi espositivi e permettendoci di immaginare e di immedesimarci nella vita quotidiana di questa popolazione.

Grazie ad alcuni ritrovamenti, come scarpe e gioielli, all'interno di tombe e sarcofagi, possiamo risalire  al tipo di moda femminile dell'epoca etrusca, arrivando a conoscere i tipi di abiti e gioielli che le donne usavano indossare.

L'abbigliamento etrusco, a partire dal VI secolo, ci ricorda quello degli antichi Greci. 
Erano soliti indossare un tunica lunga fino ai piedi, realizzata con stoffa leggera, solitamente lino, con pieghe ed orli decorati.

Con le varie testimonianze risaliamo anche al tipo di acconciatura delle donne etrusche: esse di solito portavano i capelli raccolti in delle code, lunghi, annodati o intrecciati dietro le spalle.

 

 

 

 

Alle prese con la cura del corpo: la moda etrusca

Il sarcofago degli Sposi, 1881 tomba della Banditaccia, Museo di Villa Giulia.

Non potevano mancare gioielli e infatti, specialmente nei corredi funebri femminili, sono stati ritrovati orecchini, collane, fibule o spille, nella cui produzione gli Etruschi erano maestri.

Le calzature più utilizzate erano sandali, stivaletti e scarpe di origine greco-orientale, con la parte anteriore a punta e rivolta verso l'alto.

Vasi, fibule, anelli, pendagli, fermatrecce, bottoni, fuseruole. Necropoli di Cavalupo, tomba dei Bronzetti sardi. Terzo venticinquennio dei IX secolo a.C., Museo di Villa Giulia.

Anelli, bracciali, fibule, pensagli, vasi. Necropoli di Cava della Pozzolana. Tomba LXXII (scavi 1922).

Come molte delle antiche popolazioni, anche gli Etruschi credevano che la vita non finisse con la morte e che il defunto in qualche forma sopravvivesse sulla terra. 

Per queste ragioni si diffuse, nei tempi più antichi, l'esigenza di garantire una degna sepoltura al defunto, alfine di onorarlo. Così le tombe furono realizzate in modo da richiamare il mondo dei viventi e ognuna era caratterizzata, in architettura e arredi, da uno stile simile alla precedente abitazione del defunto.
Con il corpo si potevano trovare anche i beni più personali e preziosi del defunto e, sulle pareti del sepolcro, erano dipinte scene con un forte significato vitale.

La vita dopo la morte

Necropoli dell'Osteria. Tomba del Carro di Bronzo. 675 a.C. Museo di Villa Giulia.

Le ceneri del defunto poi venivano messe in urne a forma biconica o di capanna.

Da queste si poteva risalire al sesso degli individui sepolti: se a forma di capanna o con un coperchio ad elmo, l'urna era destinata ad un uomo; avrebbe avuto invece un coperchio a ciotola se fosse appartenuta ad una donna.

Dal V secolo si arrivò ad un percezione pessimistica della vita a causa del declino della civiltà.
Il mondo dei morti ora fu localizzato in un mondo sotterraneo, abitato da divinità infernali, come la dea Vanth e i demoni Charun e Tuchulcha, e dagli spiriti di antichi eroi che accompagnavano il defunto nel viaggio tra i due mondi.

Urna a capanna. Vulci, Necropoli dell'Osteria. Inizio VIII secolo. Museo di Villa Giulia.

Il sarcofago dei Leoni. Cerveteri, VII secolo a.C. Museo di Villa Giulia.

Il sarcofago degli Sposi

Datato tra il 530 e il 520 a.C. e trovato nel 1881 in una tomba della Banditaccia, è considerato un capolavoro dell'arte etrusca.

Felice Bernabei, fondatore del museo di Villa Giulia, intuendone la straordinaria importanza e bellezza lo acquistò dai principi Ruspoli rotto in più di 400 frammenti.

Composto dal kline, una cassa a forma di letto e da un coperchio, questo sarcofago accoglieva le ceneri di due defunti. 
Sul coperchio troviamo appunto la rappresentazione di una coppia coniugale: l'uomo cinge con la mano le spalle della donna ed entrambi nelle mani tengono oggetti da mensa, probabilmente perchè rappresentati durante un banchetto, tema molto frequente nei monumenti funerari. 

Il sarcofago mostra stili caratteristici della corrente artistica detta "ionica" che domina in Etruria. 

 

Durante una fase orientalizzante, caratterizzata dal contatto con i coloni Greci e dai continui scambi commerciali con essi, gli Etruschi assorbiranno dai Greci la maggior parte di ciò che li renderà una grande civiltà.

Un cambiamento molto importante ci fu, ad esempio, nella concezione della mitologia: fino a quel momento le divinità etrusche erano spiriti, mentre ora assumeranno l'aspetto umano e, proprio per questo, si assisterà alla nascita di un Pantheon, dove appunto vi saranno corrispondenze tra divinità etrusche e greche (per esempio Tina, corrispondente a Zeus).

Gli Etruschi inoltre devono ai Greci numerosi tra i miti e le figure mitologiche conosciuti nella civiltà, ad esempio il mito di Hercle o la figura del Centauro.

Cratere di Euphronios

Immagini del Mito

Cerveteri, 510 a.C.
Sul vaso è raffigurata la morte, per mano di Patroclo, di Sarpedonte durante la Guerra di Troia. La scena rappresenta Hermes nella guida delle personificazioni del Sonno e della Morte e nell'atto di trasportare in patria l'eroe in modo che possa avere degna sepoltura.

Ercole ha appena catturato la cerva dalle corna d'oro. Terracotta policromo, plasmata a mano. 510-500 a.C.

Alla cacciata di Edipo, vengono scelti per governare Tebe i suoi figli gemelli, Eteocle e Polinice, i quali dovrebbero regnare a turno per un anno. Al termine del suo mandato, Eteocle rifiuta di cedere il trono al fratello e lo scaccia dalla città. Polinice si reca ad Argo e chiede aiuto a re Adrasto per vendicarsi: questi chiama a raccolta i suoi migliori condottieri: Tideo, Ippomedonte, Capaneo, Anfiarao, Partenope e marcia contro Tebe. La città resiste,però all'assedio, dei sette condottieri, sopravvive il solo Adrasto.  
Creonte, zio di Eteocle e Polinice, nuovo re tebano, rifiuta di seppellire i morti nemici violando i precetti sacri e per questo, Adrasto chiede aiuto a Teseo, re di Atene, che lo accontenta: Tebe cade e Creonte viene costretto ad assistere alla sepoltura di Polinice e degli altri caduti, prima di essere indotto alla schiavitù.

I Sette contro Tebe

Decorava la fronte posteriore del tempio e raffigurava appunto d i due episodi più tragici di questo episodio: il "fiero pasto" e la condanna della hybris tirannica.


La composizione e lo stile dell'altorilievo, risalente agli anni 470-46a a.C., sono considerate di altissimo livello per via della sovrapposizione delle due scene e dell'intonazione stilistica.

Costituisce la parte finale del banchetto greco e romano (dove ha il nome di Commissatio), ed è un momento successivo e distinto dal dèipnon, durante il quale il vino non veniva servito o veniva consumato in maniea moderata.

Solo all'arrivo delle secundae mensae si iniziava a fere uso abbondante di vino, almeno a quanto vediamo nelle numerosissime rappresentazioni raffigurate sulla ceramica greca.

Sembra che il banchetto fosse uno dei temi maggirmente raffigurati sulle pareti delle tombe di Tarquinia e Chiusi, oltre che su specchi, lamine di osso e avorio o metalliche, lastre fittili o ceramica. Dagli esempi sembrano esserci delle sostanziali differenze tra il simposio etrusco e quello greco, come per esempio, la presenza della moglie adagiata acanto al marito. Una volta terminato il Simposio, sia i greci che gli etruschi erano soliti giocare a un gioco chiamato Cottabo il quale consisteva nel colpire un piatto o un vaso, con il vino rimasto sul fondo della coppa. Al vincitore spettava come premio una mela,dei dolci, una coppa o il bacio della persona amata, cui era dedicato il lancio.

Il Simposio

Olpe Chigi

Opera unica tra le ceramiche prodotte a Corinto all'inizio dell'Orientalizzante ( 640-630 a.C.), è decorata in uno stile miniaturistico con scene figurate su tre fasce: in alto due schiere di opliti, dai grandi scudi istoriati, sono pronte allo scontro; al centro, accanto ad una sfilata di cavalieri al seguito di un carro guidato da un auriga, è raffigurato il giudizio di Paride con le tre dee indicate con i loro nomi; in basso è una scena di caccia alla lepre.

 

Era un tipo di vaso usato, assieme all'oinochoe, per versare.

Rinvenuto nel 1882, è oggi conservato al Museo di Villa Giulia.

Necropoli dell'Osteria. Dal corredo della tomba della Rondine. La collezione comprende: askos, alabastron, crateri,  hydrie e crateri, tipi di brocche generalmente utilizzati nei banchetti, ognuna delle quali aveva una diversa funzione.